Vita dei Cesari II (Augusto) - Gaio Svetonio Tranquillo Vita dei Cesari II (Augusto), 66

Vita dei Cesari II (Augusto), 66

Gaio Svetonio Tranquillo

Testo in lingua originale

[66] Amicitias neque facile admisit et constantissime retinuit, non tantum virtutes ac merita cuiusque digne prosecutus, sed vitia quoque et delicta, dum taxat modica, perpessus. Neque enim temere ex onmi numero in amicitia eius afflicti reperientur praeter Salvidienum Rufum, quem ad consulatum usque, et Cornelium Gallum, quem ad praefecturam Aegypti, ex infima utrumque fortuna provexerat. Quorum alterum res novas molientem damnandum senatu. tradidit, alteri ob ingratum et malivolum animum domo et provinciis suis interdixit. Sed Gallo quoque et accusatorum denuntiationibus et senatus consultis ad necem conpulso laudavit quidem pietatem tanto opere pro se indignantium, ceterum et inlacrimavit et vicem suam conquestus est, quod sibi soli non liceret amicis, quatenus vellet, irasci. Reliqui potentia atque opibus ad finem vitae sui quisque ordinis principes floruerunt, quanquam et offensis intervenientibus. Desideravit enim nonnumquam, ne de pluribus referam, et M. Agrippae patientiam et Maecenatis taciturnitatem, cum ille ex levi frigoris suspicione et quod Marcellus sibi anteferretur, Mytilenas se relictis omnibus contulisset, hic secretum de comperta Murenae coniuratione uxori Terentiae prodidisset. Exegit et ipse in vicem ab amicis benivolentiam mutuam, tam a defunctis quam a vivis. Nam quamvis minime appeteret hereditates, ut qui numquam ex ignoti testamento capere quicquam sustinuerit, amicorum tamen suprema iudicia morosissime pensitavit, neque dolore dissimulato, si parcius aut citra honorem verborum, neque gaudio, si grate pieque quis se prosecutus fuisset. Legata vel partes hereditatium a quibuscumque parentibus relicta sibi aut statim liberis eorum concedere aut, si pupillari aetate essent, die virilis togae vel nuptiarum cum incremento restituere consueverat.

Traduzione

66 Non strinse facilmente le amicizie ma le conserv? con molta costanza e non si limit? a ricompensare degnamente i meriti e le virt? di tutti gli amici, ma ne sopport? i vizi e anche i torti, purch? non fossero troppo gravi. Infatti nel numero dei suoi amici non se ne troveranno mai che siano caduti in disgrazia, ad eccezione di Salvidieno Rufo e Cornelio Gallo che, dalle pi? modeste condizioni, aveva portati il primo fino al consolato, il secondo alla prefettura in Egitto. Consegn? Rufo al Senato perch? lo punisse in quanto ordiva una rivoluzione, mentre allontan? Gallo dalla sua casa e dalle province imperiali per la sua ingratitudine e per la sua maldicenza. Ma quando Gallo, a sua volta, fu spinto al suicidio sia dalle accuse dei delatori, sia dai decreti del Senato, se da un lato lod? la devozione di coloro che si mostravano indignati per lui, dall'altro pianse questa morte e si lagn? della sua sorte, perch? soltanto a lui non era concesso di limitare la sua collera nei confronti degli amici. Quanto agli altri stettero tutti benone fino alla fine dei loro giorni, ciascuno a capo dei suoi ordini, anche se qualche volta non mancavano di offenderlo. Tralasciando altri esempi, in effetti, avrebbe desiderato meno suscettibilit? da Agrippa e maggior discrezione da Mecenate: il primo, per un lieve sospetto di raffreddore e con il pretesto che gli si preferiva Marcello, piant? tutti per ritirarsi a Mitilene; l'altro aveva raccontato alla moglie Terenzia il segreto della congiura di Murena appena scoperta. Dal canto suo pretese dagli amici un analogo affetto, sia da morti, sia da vivi. In realt?, bench? non desiderasse per niente di entrare in possesso di eredit?, poich? non volle mai accettare lasciti da sconosciuti, tuttavia soppes? sempre minuziosamente le supreme disposizioni dei suoi amici, non dissimulando n? il suo dispiacere se gli erano stati avari di doni e di elogi, n? la sua gioia se gli testimoniavano la loro riconoscenza e il loro affetto. Per quanto si riferiva ai lasciti e alle parti di eredit? che gli erano stati assegnati da un membro qualsiasi di una famiglia, aveva l'abitudine di restituirli subito ai figli del defunto o, se questi erano troppo giovani, di renderglieli quando indossavano la toga virile, o il giorno delle nozze, aggiungendovi del suo.



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